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Storia di Tortora

Tortora

Parco Nazionale del Pollino

Mausoleo di Blanda

Preistoria di Tortora

Il territorio tortorese ha visto la presenza dell'uomo fin dagli albori della storia umana.

Nella località Rosaneto è stato riportato alla luce un giacimento preistorico all'aperto risalente al Paleolitico Inferiore, datato 150.000 anni fa, uno dei più antichi siti preistorici italiani, in cui sono stati rinvenuti un migliaio di strumenti litici, tra i quali 140 choppers, 67 amigdale e alcuni hachereaux.

La presenza umana sul territorio è continuata anche nei millenni a seguire, come dimostrano gli scavi avvenuti ai piedi della falesia calcarea di Torre Nave. Negli strati inferiori degli scavi, sono stati recuperati strumenti litici prodotti dall'uomo di Neanderthal nel Paleolitico Medio, mentre in quelli superiori compaiono gli strumenti tipici dell'Homo sapiens sapiens (Paleolitico Superiore).

Nella grotta della fiumarella sono riemerse ceramiche incise dell'età del bronzo, dall'Eneolitico fino al Bronzo medio.

Storia Antica di Tortora

I primi segni di civiltà risalgono al popolo degli Enotri, che dimorò sul territorio fino alla metà del V secolo a.C.; la loro presenza sul territorio è stata accertata dal ritrovamento di 38 tombe con corredi funerari, da una stele litica e da un piccolo centro abitato.

Nella metà del V secolo l’insediamento di indigeno fu abbandonato, forse a causa di un terremoto.

Nel IV secolo a.C. il colle Palecastro fu assoggettato dai Lucani, che ricostruirono il villaggio fortificandolo con una cinta muraria; e fu con i Lucani che l’abitato prese il nome di Blanda.
Adiacente all’abitato, nell’attuale area di San Brancato, i Lucani realizzarono la necropoli.

Nel III secolo a.C. Blanda si spopolò in seguito alle Guerre Puniche; secondo Tito Livio, la città fu espugnata dal console Quinto Fabio Massimo nel 214 a.C., per poi divenire, dopo un secolo di vita stentata, colonia romana nel I secolo a.C.

A seguito di un terremoto che distrusse la città intorno al 70 a.C., i Romani ricostruirono l’abitato, edificandovi un foro con basilica e tre templi dedicati alla Triade Capitolina, collegando le abitazioni con strade ortogonali, riportate alla luce dai recenti scavi archeologici.

In età imperiale la città venne elevata a Municipium e al nome originario di Blanda, venne aggiunto l’appellativo Julia in onore di Augusto.

Blanda prosperò fino al V secolo d.C., quando fu saccheggiata e distrutta dai Vandali.

Medioevo di Tortora

A seguito alle invasioni barbariche, l’abitato del colle Palecastro fu definitivamente abbandonato, ma la comunità blandana rimase unita e si stabilì lungo la dorsale della valle della fiumarella di Tortora, creando un abitato che continuò a chiamarsi Blanda Julia.

Divenuta sede vescovile, la nuova città disponeva di una chiesa a pianta centrale a tre absidi con ingresso ad ovest, circondata da sepolture, sorta tra il VI e il VII secolo nella zona di San Bracato.

Nel 592 Blanda subì un'incursione longobarda, e la sede episcopale dovette essere ripristinata dal vescovo Felice di Agropoli, su preciso mandato di papa Gregorio Magno.

Nel 601 fu vescovo di Blanda un certo Romano, come ne attesta la sua presenza al Sinodo Romano.

Nel 649, anno in cui si svolse il Sinodo Romano, continuò ad essere sede vescovile, come dimostra la presenza del suo vescovo Pasquale.

Nell'VIII secolo Blanda passò in mano ai longobardi.

La chiesa di San Brancato continuò ad essere frequentata fino al XII secolo; mentre Blanda Julia, stremata dalle continue scorrerie saracene, fu abbandonata intorno al X secolo; una parte della popolazione si stabilì intorno al Castello delle Tortore, roccaforte longobarda, dando origine all’abitato detto Julitta, in onore dell’antica città, tutt'ora esistente nell'area antica del centro storico di Tortora.

Tra l'VIII ed il X secolo a Tortora, come nel resto della Calabria, in seguito all'editto di Leone III l'Isaurico, che propugnava l'iconoclastia, e alla contemporanea conquista araba della Siria e dell'Egitto, giunsero decine di monaci basiliani provenienti dalla Cappadocia, dal Peloponneso, dalla Palestina e dalla Siria, che qui venivano per estraniarsi dal mondo e vivere in pienezza il contatto con Dio.

In queste terre scarsamente popolate trovarono luoghi idonei al loro culto, dove edificarono decine di piccole cappelle e laure eremitiche basiliane, che ancora oggi a mille anni di distanza danno il nome alle località in cui furono edificate.

Nella Bolla del 1079, con cui Benedetto Alfano arcivescovo di Salerno consacrò Pietro Pappacarbone vescovo di Policastro, compare per la prima volta nella storia religiosa il nome di "Turtura"!

Famiglie Feudatarie di Tortora

Tra i primi signori di Tortora ci furono i Cifone, che la tennero fino al 1284. Dal 1284 al 1496 Tortora appartenne ai Lauria, di cui il personaggio più rappresentativo fu l'ammiraglio Ruggero di Lauria; nel 1496 Ferdinando II d'Aragona la donò a Giovanni De Montibus. In seguito passò ai Martirano, poi agli Ossonia nel 1565, agli Exarques nel 1602, ai Ravaschieri nel 1692. Dal 1707 al 1821 i signori di Tortora furono i Vitale.

Età Moderna di Tortora

Nel XVI e XVII secolo tra le attività principalmente diffuse nella Marina di Tortora troviamo la coltura del baco da seta e della canna da zucchero.

In questi secoli Tortora conobbe grandi epidemie, fra cui la terribile peste di Colera del 1656 che dimezzò la popolazione; nel 1770 per epidemia perirono 136 persone, nel 1778 morirono per il vaiolo 60 persone, nel 1794 da aprile a giugno morirono 77 bambini tra uno e dieci anni. Epidemie e colera falciarono vittime anche nel 1802, 1804, 1837 e 1849.

Il 13 dicembre 1806 giunsero a Tortora le truppe francesi del re Giuseppe Bonaparte, le stesse che avevano devastato Lagonegro, Maratea e Lauria, ma diversamente dalle altre località, i tortoresi per evitare devastazioni e saccheggi, non opposero resistenza e furono risparmiati. Lasciata Tortora, le milizie francesi si diressero verso Aieta, che era stata abbandonata dai suoi abitanti; gli stessi soldati in seguito bruciarono il palazzo Spinelli di Scalea e distrussero la cittadina di Cirella.

Età Contemporanea di Tortora

Il 3 settembre del 1860 a Tortora sostò Giuseppe Garibaldi insieme ai suoi generali Agostino Bertani, Nino Bixio, Enrico Cosenz e Giacomo Medici, ospiti della famiglia Lo Monaco Melazzi, durante la conquista del Regno delle Due Sicilie.

In questa occasione G. Garibaldi investì il tortorese don Biagio Maceri capitano della Guardia Nazionale.

Agli inizi del '900 la comunità di Tortora fu interessata da una massiccia emigrazione verso le americhe, soprattutto verso l'Argentina, il Brasile, l'Uruguay e gli U.S.A.

Nel 1928, con R.D. 29 marzo e con Decreto Prefettizio del 16 aprile il Comune di Tortora, dopo una plurisecolare esistenza autonoma, venne soppresso ed accorpato, insieme al comune di Aieta, al nuovo comune di Praia a Mare, che fino a quel momento era stata frazione di Aieta. Nel 1937 riacquistò in data 18 luglio la propria autonomia.

Negli anni '60 e '70, Tortora ha vissuto una seconda massiccia ondata migratoria, soprattutto verso il Piemonte e la Lombardia, nell'emigrazione interna, e verso il Belgio, la Germania e la Svizzera, per quella estera.

Il 21 marzo 1982, un forte evento sismico portò allo spopolamento del centro storico, e favorì la crescita demografica di Tortora Marina, che viveva contemporaneamente un forte sviluppo di crescita per effetto del turismo estivo; nello stesso periodo, un piccolo gruppo di famiglie del centro storico, in controtendenza, diede origine alla contrada Sarre.


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