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Bizantini

Bizantini

I Bizantini sono stati tra i principali artefici della storia calabrese, che per oltre mezzo millennio hanno legato la Calabria alla loro storia, alla loro cultura e alla loro religione, riportando la regione allo stesso tempo al mondo romano e greco, di cui loro erano i principali eredi.

I bizantini, altro non erano che i Romani d’Oriente, gli eredi di quello che fu il più grande impero della storia occidentale dell’antichità, l’Impero Romano.

Dopo la caduta di Roma nel 476 d.C., la Calabria come il resto d’Italia era finita sotto il controllo dei popoli germanici, prima sotto il Regno di Odoacre, e successivamente sotto il controllo degli Ostrogoti (493–553).
Per porre fine al potere germanico e ristabilire la romanità nella penisola, nel 535 i bizantini sotto il comando di Belisario sbarcarono in Sicilia, iniziando una lunga e logorante guerra contro gli Ostrogoti, terminata nel 553 con la sconfitta dei germani.
Ma il dominio bizantino in Calabria, come nel resto d’Italia non fu mai totale e fu sempre contrastato dalle continue lotte di conquista combattute contro longobardi e arabi.

Nel 596 i longobardi invasero la Calabria e sottrassero ai Bizantini una vasta fetta di territorio, corrispondente grosso modo all’attuale territorio della provincia di Cosenza, fu a partire da quel momento anche la regione si divise in due, che in futuro si sarebbero identificate come Calabria Citra e Calabria Ultra, rimaste divise fino al 1918.

Nel VII secolo furono i bizantini a dare il nome di Calabria alla regione, che dal IV secolo a.C. era denominata Bruttium, traslando il nome Calabria dall’odierno Salento; questo, quando i loro possedimenti italiani si erano limitati al solo Bruttium.

Nel 733 l’imperatore bizantino Leone III l’Isaurico sottrasse all’autorità della chiesa di Roma le diocesi della Calabria e delle Sicilia, per trasferirle a quella di Costantinopoli, confiscando i ricchi patrimoni “Patrimonia Sancti Petri” articolati in “massae”: la nicoterana, la tropeiana e la silana.

Sul finire del IX secolo Reggio e Santa Severina furono elevate a metropoli, la prima con sedi suffragane di Amantea, Bisignano, Cosenza, Crotone, Locri, Nicastro, Nicotera, Rossano, Squillace, Taureana, Tropea e Vibo; la seconda con le sedi di Cerenzia, Gallipoli, Isola e Umbriatico.

Nell’840 gli arabi conquistarono le città di Amantea, Tropea e Santa Severina, liberate nell’896 dal condottiero bizantino Niceforo Foca, che alcuni ritengono sia stato il fondatore di Catanzaro e Francavilla Angitola.

Tra il X e l’XI secolo, la Calabria bizantina divenne la sede del misticismo ortodosso, con monaci provenienti da ogni lato dell’impero, che venivano ad abitare queste terre scarsamente popolate, isolandosi nella natura per essere più vicini nella contemplazione di Dio.
In questo modo fiorirono in varie aree della regione, lauree, cenobi e monasteri basiliani, in cui  vissero e studiarono un gran numero di personalità che sei secoli futuri sarebbero stati venerati come santi dalla chiesa di Roma e di Costantinopoli: San Fantino il Giovane, San Nicodemo di Mammola, San Zaccaria del Mercurion, San Saba del Mercurion, San Luca di Demenna, San Leoluca da Corleone, San Macario Abate, San Nilo da Rossano, Sant’Elia SpeleotaSan Giovanni Therìstis e molti altri; questo soprattutto nell’estremo lembo settentrionale della regione denominato Mercurion (l'attuale area interna dell'Alto Tirreno Cosentino), che divenne un luogo talmente importante da essere definito la Nuova Tebaide.

Il dominio bizantino in Calabria, come nel resto d’Italia, terminò nel 1059, quando i normanni con la conquista di Reggio, li cacciarono per sempre dall’Italia. Il loro dominio in Calabria, anche se a fasi alterne e in continua lotta con arabi e longobardi, durò 506 anni, ma la loro cultura, la loro arte, la loro lingua e i loro usi sono rimasti legati al territorio calabrese per sempre, visibili in tantissimi centri di origine bizantina e nelle opere architettoniche civili, militari e religiose, sparse in varie parti della regione.

Oggi il grecanico rappresenta la loro ultima vestigia linguistica, riuscito a resistere nei secoli all’avanzate di altri idiomi sulle alture meridionali dell’Aspromonte.

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