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Scala Coeli - Le Origini
di Enrico Iemboli storico di Scala Coeli

Scorcio Panoramico di Scala Coeli (CS)

Non sono in grado di affermare chi ha fondato Scala Coeli, giacché non esistono testi storici o letterari che possano dare certezza in questa direzione; solo studiando gli eventi dei paesi vicini, Rossano (comune sede di Distretto nella Calabria Citeriore), Cariati e Campana (gli altri due grossi centri limitrofi che hanno subito vicende legate ad avvenimenti importanti e che hanno riguardato di riflesso Scala), è stato possibile mettere insieme gli elementi necessari a comporre il mosaico che ci interessa.
Scala Coeli, o Scala, sorse prima o dopo la colonizzazione Greca (VII° sec. a.c.)?

Nel suo libroLa Grende Grèce-Paysage et Histoyre”, pubblicato nel 1881 a Parigi, Francois Lenormant parla di una antica colonia in località “Fiume Nicà”.
Il fiume Nicà nasce in località “Cozzo di Colamacca” in territorio di Campana e attraversa il territorio di Scala Coeli prima di sfociare nel mare Jonio. E’ in questo fiume che vanno a confluire le acque dei torrenti che circondano e attraversano parte dei territori agricoli di Scala Coeli; nel punto di imbocco di questi torrenti (località “Quella Parte”, “Cozzo, “Copparelle”, Macchie Pismataro”,  ecc.) il Nicà si ingrossa ed assume l’aspetto e la portata di un grosso fiume che va poi a sfociare nel mare Jonio, delimitando il territorio della provincia di Cosenza con il territorio della provincia di Catanzaro (oggi provincia di Crotone), nonché Scala Coeli con Umbriatico e di Cariati con Torretta di Crucoli.

Del fiume Nicà parla Anderson H. Nissen che lo identifica con lo storico fiume “Hilias”, che all’epoca della guerra del Peloponneso (413 a.c.) segnava il confine tra le città greche di Thurii e Crotone; ne parla anche Tucidite (VIII, 35), in occasione della resistenza offerta dai crotoniani all’esercito di Demostene ed Eurimedone che, provenienti da Sibari, furono fermati ed impediti di attraversare il fiume.
Etimologicamente parlando, “Nicà” deriva dal greco “Nike”, che vuol dire “Vittoria”, e questo nome sarebbe stato dato dai crotoniani che ottennero sulle rive del fiume una strepitosa vittoria sui sibariti. Secondo lo storico calabrese G. Barrio, fiume Nicà viene dal latino “Flumen Narcis” che significa “Fiume della morte” o della strage; tutto ciò, perché sulle pianure presso le sponde del fiume sarebbe avvenuta la battaglia tra Sibari e Crotone (510 a.c.).

Non ci sono state scoperte archeologiche rilevanti e significative attraverso le quali risalire ad un periodo o ricostruire fatti specifici avvenuti e che riguardano il fiume.
Dalla lettura dei testi consultati è emerso che gli eventi del Regno di Napoli prima e del Meridione dopo l’Unità d’Italia, hanno riguardato e coinvolto di riflesso il territorio di Scala.

La Calabria fu conquistata dai Normanni (1050), i quali fecero dimenticare l’egemonia bizantina che aveva dominato fino a quasi tutto l’undicesimo secolo e di cui la vicina Rossano ne è stata la culla culturale. Come tutti i paesi calabresi, con l’avvento dei Normanni, anche Scala subisce le conseguenze del processo politico e territoriale che configura la concezione dello Stato organizzato, in cui il potere centrale disponeva, ordinava, e organizzava in periferia, nominando funzionari e ufficiali preposti ai servizi di maggiore interesse pubblico e della sicurezza militare; per attuare ciò, furono imposti sistemi difensivi efficienti, con mura e torri di avvistamento. A Scala non ci fu il rafforzamento delle difese con la costruzione di mura, il centro era già difeso in modo naturale per essere posizionato su una roccia che aveva intorno il baratro e lo sprofondo più assoluto. Al paese si accedeva attraverso tre porte: “Portapiana” e “Portafrischia” (le principali e le più antiche), e “Portabalze”.

Scala Coeli, un tempo chiamato semplicemente “Scala”, si trova a 370 metri sul livello del mare e dista circa 130 km. da Cosenza.
E’ zona agricola della fascia collinare presilana compresa tra le bassi valli del Trionto e del fiume Nicà, raggruppato su una rupe arenacea che poggia su terreni argillosi profondamente erosi, alla sinistra del fiume Nicà.
Il nome originario attribuito al paese fuScala”, a causa dell’ubicazione delle case di abitazione su di un costone in pendio che danno l’impressione, a chi li vede da lontano, di avere dinanzi una grande scala che dalla valle si inerpica verso l’alto. A detto toponimo fu in seguito aggiunto “Celi” per distinguerlo da altri omonimi luoghi abitati dell’Italia.
Di recente, nel 1955, il nome “Scala Celi” è stato cambiato in “Scala Coeli”.
Il paese sorse presumibilmente intorno al 1200 e comprendeva un gruppetto di case sparse qua e là, ai piedi di un’enorme costruzione medioevale (oggi conosciuta con il nome improprio di  “Castello”), un tempo “Palazzo del Feudo”. Si ingrandì in poco tempo grazie alle immigrazioni di persone provenienti dalle contrade vicine al mare, le quali venivano infestate da Turchi e Saraceni che, sbarcando sulle coste, distruggevano e saccheggiavano tutto ciò che incontravano.
Era compreso nello Stato di Cariati, che a sua volta faceva parte del Distretto di Rossano.
Oggi, il comune risulta composto dal capoluogo Scala Coeli e dalla frazioneSan Morello ubicata a Nord, su una terrazza naturale con vista del mare, con contrade sparse intorno e che un tempo erano popolate.
Ha un territorio di 66,98 Kmq, confina con i comuni di Campana, Cariati, Mandatoriccio, Terravecchia e mare Jonio, oltre che con i comuni di Crucoli ed Umbriatico dell’ex provincia di Catanzaro oggi provincia Crotone.

Per la legge n. 14 del 19 gennaio 1807, relativa all’ordinamento amministrativo, i francesi  ne fecero un “Luogo”, ossia una “Università” , nel cosiddetto Governo di Cariati. L’espressione “Università” nelle province del regno di Napoli e di Sicilia, sia nel linguaggio legale sia nell’uso comune, servì ad indicare la popolazione di una terra ed il relativo ordinamento, mentre col termine “Comune” si indicava il patrimonio della università. L’espressione “Comune” in senso generalizzato ed a totale sostituzione del termine “università” venne, per la prima volta, adoperato nella costituzione della  Repubblica Napoletana del 1799.
Con le leggi n. 272 dell’8 dicembre 1806 e n.14 del 19 gennaio 1807, il distretto di Rossano venne ripartito in nove governi: Acri, Cariati (che comprendeva, oltre a Cariati, il territorio di Calopezzati, di Caloveto, di Cropalati, di Crosia, di Mandatoriccio, di Pietrapaola, di Scala, di San Morello - all’epoca denominato San Maurello - e di Terravecchia), Cirò, Rossano, San Giovanni in Fiore, Strongoli, Umbriatico.
Pochi anni dopo, nel 1811, con il decreto n. 922 del 4 maggio, a Scala fu aggregata San Morello ed al distretto di Rossano furono aggregati i nove circondari di: Campana, Cariati (Cariati con Terravecchia, Mandatoriccio con Pietrapaola e Scala con San Morello), Cirò, Corigliano, Cropalati, Longobucco, Rossano, San Demetrio, Strongoli.
Circa cinque anni dopo, con la restaurazione borbonica, furono apportate ulteriori modifiche con la legge n. 360 del 1 maggio del 1816, in base alla quale i circondari di Cirò e Strongoli, passarono alla provincia di Calabria Ulteriore ed al distretto di Rossano rimasero i circondari di: Campana (Campana, Bocchigliero), Cariati (Cariati con Terravecchia, Scala con San Morello, Mandatoriccio con Pietrapaola), Corigliano (Corigliano, San Giorgio), Cropalati (Calopezzati con Crosia, Cropalati, Caloveto, Paludi), Longobucco, Rossano, San Demetrico (San Demetrio con Macchia, San Cosmo, Santa Sofia, Vaccarizzo).

La popolazione della Calabria e dei vari centri locali veniva determinata in base al numero dei fuochi (nuclei familiari); ogni nucleo familiare rappresentava un fuoco ed ogni fuoco era composto in media da 6-7 persone.
Il primo censimento ufficiale  della popolazione della Calabria Citeriore fu avviato nel 1851; si riscontrò una popolazione di 435.811 abitanti distribuiti su 1976 “miglia quadrate”, divisa in distretti di 45 circondari che comprendono 152 Comuni.
La composizione numerica della popolazione residente nel territorio di Scala è dipesa dagli eventi storici  che si sono succeduti, non dimenticando che le invasioni via mare costringevano le persone ad emigrare verso l’interno per nascondersi e comunque per proteggersi dalle azioni piratesche degli invasori.
Dai censimenti effettuati all’epoca, emerge il quadro sotto riportato, aggiornato ai tempi attuali:
Per avere dati riguardanti la popolazione occorre fare riferimento al XVI e XVII secolo, anche se non si hanno dati certi, perché occorre fare calcoli indiretti che si possono ottenere dal numero dei “fuochi” (nuclei familiari) tassati dal governo.
La tassazione era di 12 grana a persona.
Si può notare come a Scala la popolazione va aumentando fino al 1595, diminuisce paurosamente dal 1600 in poi, non per emigrazione verso altre terre ma a causa dei terremoti (terremoto del 1638, del 1648, del 1659) che devastarono le popolazioni.
La decimazione della popolazione non è dovuta solamente ai terremoti, ma anche alle malattie e le varie epidemie, come ad esempio la peste, che nel periodo tra il 1636 ed il 1638 fece moltissime vittime non solo a Scala ma in tutta la Calabria.
A Scala, la popolazione passò repentinamente da 258 fuochi nel 1595 a 193 fuochi nel 1648 e addirittura a 112 nel 1669; ciò significa che, facendo la media di 7 persone per ogni nucleo familiare o fuoco, si passa da una popolazione di 1806 a 1351 e infine a 784 persone; un calo enorme delle presenze umane che va ad influire sulla già misera vita sociale ed economica  del paese.

Scala è appartenuto da sempre alla diocesi di Cariati.
All’epoca del I° maggio 1851, la Diocesi di Cariati era sede di Vescovado, con una popolazione di 5.056 abitanti, che comprendeva il comune di Cariati con annesso il villaggio di Terravecchia, e del Comune di Scala Coeli con annesso il villaggio di San Morello.
La parrocchia è intitolata a santa Maria Assunta.
E’ stata sede di una confraternita laicale, intitolata alla “Meditazione della Morte”.
Gli abitanti sono detti “scalesi”.

Scala era un casale compreso nel territorio di Cariati il quale aveva una  posizione di notevole importanza per la strategia normanna che voleva conquistare il resto del territorio; fu infatti conquistata da Roberto il Guiscardo, capo dei Normanni in Italia e Duca di Calabria, che, in seguito, conquistò anche Rossano e Cosenza.
Successivamente, Cariati diventa “Contea”, una promozione che ebbe fasi alterne e difficili ma che divenne definitiva intorno al 1250 con la nomina di un tale Matteo De Cariati a signore della città. Di tale contea ne faceva parte il casale di Scala, San Maurello (San Morello) e Terravecchia.
Alla morte di Matteo e in seguito al consolidamento della monarchia angioina, la contea di Cariati, unitamente al possesso del feudo rustico di Rossano, fu ereditata dal figlio Boamondo di Cariati.
Il Meridione d’Italia era sotto il dominio di Carlo d’Angiò che lo amministrò con prepotenza e imponendo alle contee e quindi ai circondari una pesante politica fiscale per soddisfare i debiti fatti e per sostenere le spese della stessa sua politica estera imperialistica e grandiosa. Una politica fiscale che continuò con la stessa intensità anche quando a Carlo successe Carlo II e Roberto.  
Gli abitanti di Scala, San Maurello e Terravecchia, forse perché casali, non figurano gravati da alcun carico fiscale, non si sa se sfuggiti ai censimenti dei fuochi o addirittura esentati.

Nel 1305, sotto il re Carlo II d’Angiò, le terre di Scala e di San Morello seguirono le vicende della contea di Cariati; vennero concesse, ma solo per sfruttarne il reddito di cui godere, al capitano generale Gentile di San Giorgio di Salerno, il quale ebbe altri feudi in Basilicata in segno di gratitudine per i servizi resi alla casa d’Angiò.
Alla morte di Gentile, che non aveva avuto figli maschi, la contea di Cariati venne ereditata dalla figlia Tomasa che sposò Amerigo de Sus, al quale successe il figlio Pietro de Sus.
Le terre del feudo di Cariati, e quindi di Scala, San Morello e Terravecchia, non furono mai concesse a titolo di proprietà ai signori di Cariati, da Gentile di Sangiorgio a Pietro de Sus, i quali beneficiarono solo delle rendite, “si deve supporre, pertanto, che la città di Cariati e le sue terre continuarono ad essere feudo dei Ruffo”. A questa potente famiglia di feudatari calabresi, che dominarono la regione fin dal '400 e per molti anni, sono legate le vicende storiche di Cariati e quindi di Scala.

Nel 1417 la regina Giovanna concesse a Polissena Ruffo, il mero e misto imperio su alcuni paesi e terre della Basilicata e della Calabria, fra cui Scala, unitamente a Caloveto, Crosia e Rossano. Oltre a tali possessi, Polissena ottenne anche la signoria di San Morello e di altre terre, tra cui la signoria di Cariati, Cerenzia, Mesiano, Briatico, Rocca di Neto, Sacconio. La concessione dei benefici su tali terre è giustificata dagli stretti legami che univano Polissena e la regina Giovanna, di cui si fa cenno nel diploma che riporta la motivazione e dove la principessa è chiamata “Affinis et socia nostra carissima”.
Nel periodo intorno al 1417, il territorio di Scala era dunque sotto la signoria di Polissena Ruffo, che, in seconde nozze, celebrate a Rossano il 23 ottobre del 1418, sposò Francesco Sforza, condottiero delle milizie della regina e Conte di Ariano; al nuovo marito, la giovane Polissena portò in dote 20 mila ducati e tutte le terre che le appartenevano. Polissena fu infelice e sfortunata: non solo le morì la figlia Antonia ad appena un anno di vita, ma dopo due anni di matrimonio, il 20 luglio del 1420, morì pure lei. La sua tragica e improvvisa morte fece dubitare che fosse avvenuta per cause naturali; alcuni pensarono fosse stata ad opera del marito; altri pensarono che fosse stata avvelenata da una sua zia, la contessa di Corigliano e di Altomonte.
Fu accertato che Polissena morì a Cariati per un misfatto legato alle mire ambiziose della sorella Covella, in quanto fu lei ad ereditare beni e titoli; a tale eredità Covella aggiungerà i possedimenti che riuscirà ad avere dalla regina (diploma del 20 agosto 1420).

Covella Ruffo si rivelò una donna eccezionale, intelligente, che amava la vita e gli intrighi di corte; come la sorella, anche lei aveva uno stretto legame con la regina Giovanna, sulla quale ebbe un forte ascendente che le permise di esercitare una certa influenza in diverse decisioni che riguardavano addirittura la successione al regno.
La guerra in corso fra Luigi d’Angiò e Alfonso d’Aragona, 1420-1423, ebbe ripercussioni in Calabria ed anche a Rossano, quindi a Cariati e di riflesso a Scala, specie tra coloro che nutrivano simpatie per l’una o l’altra parte in contesa. Per non essere costretta anche lei a scegliere, il che significava schierarsi per l’una o l’altra parte con il conseguente isolamento e rancore della parte avversa, Covella Ruffo pensò di sposarsi in modo da scaricare tali scelte sul futuro marito; decise quindi di convolare a nozze con Giovanni Antonio di Marzano, duca di Sessa e Grande Almirante del Regno. Nonostante dal loro matrimonio nacque un figlio, Giovanni Francesco Marino Marzano, i coniugi si separarono perché tra i due non c’era amore; a questa separazione contribuì anche il carattere forte e indipendente della principessa Covella, che non teneva in debita considerazione il pensiero del marito e spesso decideva senza consultarlo.
Dopo la separazione, tra i due non corse mai buon sangue e il rancore rimasto, la voglia di rivalsa li fece trovare spesso l’uno contro l’altro nel corso degli avvenimenti dell’epoca.
Come sempre, Covella si fece forte dell’amicizia della regina che raggiunse a Napoli, ove, accolta con entusiasmo e cordialità, decise di restare perché protetta e tenuta in grande considerazione, tanto da avere la carica di “Cugina Gran Privata” della sovrana.
Nel 1434 muore Luigi d’Angiò, l’anno dopo muore la stessa regina e salì al trono re Alfonso d’Aragona.
Covella Ruffo temeva la vendetta e la ritorsione del re Alfonso in quanto era consapevole di averlo ostacolato quando costui aveva voluto impadronirsi subito del regno; una scelta fatta in piena convinzione ma che era stata rafforzata dal fatto che il suo ex marito, che non aveva mai smesso di odiare, si era schierato apertamente per la causa di Alfonso e di conseguenza figurava tra gli amici del nuovo re. Ma Alfonso d’Aragona si dimostrò buono e perdonò il comportamento di Covella alla quale riconfermò tutti i suoi possedimenti in Calabria; inoltre, il 7 luglio del 1445, vendette la città di Rossano e la terra di Longobucco per la somma concordata di 4.000 ducati, che però Covella non pagò tutta perché alla firma del contratto versò al re solo 1.914 ducati, 3 tarì e 13 grana.
Fra tutte le sue terre, Covella amò particolarmente quella di Cariati a cui dedicò un’attenzione particolare; in Cariati ebbe modo di dimostrare di essere attaccata alla religione cattolica e sulle sue terre fece costruire nuove chiese e si adoperò perché Cariati diventasse sede vescovile, cosa che accadde nel 1437, su ordine di papa Eugenio IV.
Per potere controbilanciare la prepotenza baronale, re Alfonso si adoperò per attirare la media borghesia verso la monarchia aragonese, per tale scopo concedette titoli e favori a gentiluomini del regno.
Si giustifica in questo modo la concessione di un feudo ad Aquilante Interzati di Cariati, un personaggio di un certo rilievo che aveva meriti artistici e culturali, che godeva del favore di essere alla corte del re Alfonso d’Aragona e socio della celebre Accademia Pontaniana. Dal re Alfonso d’Aragona, Aquilante ricevette nel 1485 l’investitura del feudo “Pipino” nel territorio di Scala, già appartenuto al padre, dove si ritirò a seguito dell’invasione del regno operata da Carlo VIII.
I rapporti tra i Marzano e la casa d’Aragona erano destinati a diventare più stretti; Eleonora, la figlia di re Alfonso d’Aragona, nel 1442 venne data in sposa a Giovanni Antonio Marzano.

Alla morte di Covella, il re riconfermò a suo figlio Marino Marzano tutti i diritti sulle terre ereditate dalla madre. Pur non trascurando l’amministrazione del principato, che affidò per la gestione politica ad un suo luogotenente con il titolo di “viceprincps” e la gestione amministrativa ad un agente denominato “erario”, Marino preferì stare con la sua corte un po’ a Rossano e un po’ a Napoli, mantenendo all’inizio buoni rapporti con la monarchia aragonese, per la quale si mise a disposizione nei momenti più difficili, sostenendola anche economicamente con la raccolta di 220.000 ducati fatti pagare alle popolazioni che protestarono per il peso eccessivo del prelievo fiscale. In questa occasione, la popolazione di Cariati e del circondario si ribellò e protestò per l’onere eccessivo imposto.
Alla morte di re Alfonso, il problema della successione fece cambiare diverse cose e diede origine alla “Congiura dei Baroni”.
Molti baroni indicarono alla successione re Ferrante, duca di Calabria, molti altri indicarono alla successione il conte Antonio Caldora e il conte Giosia Acquaviva.
Marzano fu prima dalla parte del re, ma in seguito cambiò opinione e si schierò prima sommessamente e poi apertamente per Giovanni d’Angiò. Questa sua presa di posizione gli costò la confisca dei beni, perchè appena re Ferrante venne a sapere del tradimento del cognato Marzano, cominciò a fargli la guerra con lo scopo di prendergli le terre. Ma il principe Marzano non si perse d’animo e organizzò la sua strategia di difesa; cominciò ad arruolare milizie e a fortificare le terre dei suoi dominii; dopo alterne vicende, fu comunque fatto prigioniero del re Alfonso d’Aragona che lo rinchiuse nel carcere di Castel Nuovo dove fu fatto assassinare.
Alla morte di Marino Marzano la contea di Cariati, e quindi anche il territorio di Scala, tornò al demanio regio, per essere nel 1479 affidata da Ferdinando I d’Aragona a Geronimo Riario, signore di Imola e nipote del Papa Sisto IV.

Cominciò un periodo difficile per le popolazioni costiere, che coincise con la minaccia delle invasioni dei Turchi, i quali, dal 1480, sbarcarono prima a Otranto e poi sulle coste della Sibaritide e di Cariati, ove fecero razzie e portarono morte, terrorizzando le popolazioni che furono costrette a trovare riparo nei paesi interni.
Per fronteggiare tale fenomeno il governo Aragonese fu costretto, tra le altre iniziative, a prendere adeguate misure e il 14 marzo 1480 emanò apposito decreto per garantire la difesa della sicurezza della popolazione, molta della quale, specie ragazzi e anziani, fu fatta trasportare nell’entroterra (Terravecchia e San Morello, qualcuno anche a Scala) per preservarla dalle incursioni.
Fu ordinata la costruzione di castelli fortificati (decreto del 12 novembre 1480) a Crotone, a Cariati e a Corigliano “Ad evitanda pericula quae avenire possent propter invasionem turcorum, quicunque eorum classe regnum hoc nostrum invaserunt”. Oltre ai castelli, furono fatte costruire torri di guardia a difesa delle coste ma soprattutto per avvisare le popolazioni in caso di sbarco di pirati, imponendo ai comuni l’onere delle spese, nonché il pagamento delle retribuzioni ai cavallari.
I cavallari erano pagati dalle Amministrazioni locali, alle quali le autorità superiori non mancarono di ordinare continuamente di “ponere li cavalli ordinari per le marine … per causa delli Turchi ed infedeli”. Quelli ordinari ricevevano un compenso che, secondo la località variava da 4 a 6 ducati mensili; ma spesso, in periodi di temuto pericolo, agli odinari si univano i cavallari straordinari, che erano pagati in misura minore.
I cavallari erano coloro che, a cavallo tra torre e torre, erano impegnati a perlustrare il mare e a dare l’allarme alle popolazioni in caso di avvistamento di navi nemiche.

Le popolazioni così si mettevano in stato di difesa, onde la quartina popolare:
ALL’ERTA, ALL’ERTA. LA CAMPANA SONA;
LI TURCHI SU’ CALATI ALLA MARINA
CHI HA LE SCARPE ROTTE SE LI SOLA,
SE HA PAURA DI PIGGHJARE SPINA...

Del pagamento che le singole Amministrazioni dovevano ai “cavallari”, si trova traccia nei bilanci dei comuni. Il Comune di Scala fu obbligato a prevedere tale spesa e quindi ad inserirla nel bilancio alla voce “uscite” perchè il territorio era esteso fino al mare, in località San Leo.

F.to Enrico Iemboli

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